• 27 novembre 2023 – Un articolo di Ottavio Sferlazza su “Il Diritto per la libertà contro la mentalità della violenza”

    Pubblichiamo, con piacere, l’articolo scritto da Ottavio Sferlazza, Presidente del Comitato etico di “Libera”,  dal titolo :

     “Il Diritto per la libertà contro la mentalità della violenza con particolare riguardo ai femminicidi”

    Ottavio Sferlazza, prima di rivestire la delicata funzione di Presidente del Comitato etico, è stato un autorevolissimo Magistrato.

    Ha ricoperto, infatti, l’incarico di Procuratore delle Repubblica di Palmi, è stato anche Procuratore reggente della Repubblica di Reggio Calabria.

    Ha rivestito anche l’incarico di Presidente della Corte di Assise di Caltanissetta.

    Si è distinto, dunque, per la sua professionalità ed esperienza accumulate in anni di inchieste con Magistrati che hanno fatto la storia del’antimafia (come il Giudice Borsellino).

    Fra le inchieste da lui coordinate vanno ricordate quelle relative all’omicidio del Giudice Rosario Livatino.

     

    8.12.2023                                                                               Caterina Viola

     

     

    27 novembre 2023 – Liceo classico Ruggero VII Caltanissetta

     

    IL DIRITTO PER LA LIBERTÀ CONTRO LA MENTALITÀ DELLA VIOLENZA CON PARTICOLARE RIGUARDO AI FEMMINICIDI

    La tutela della dignità della donna quale migliore forma di prevenzione della violenza.

     

    Credo che molto opportunamente il titolo scelto per questo nostro incontro sulla violenza fin dal suo incipit ha posto l’accento sul “diritto per la libertà”, ciò che sottende chiaramente l’idea che qualunque forma di violenza, fisica e/o morale, si risolve in una negazione della libertà di chi la subisce, libertà intesa come capacità di autodeterminazione.

    Ma io credo che il richiamo a questa idea di libertà e di violenza, come sua negazione e lesione, non possa prescindere da un concetto, quello di dignità, che costituisce un valore pregiuridico che inerisce alla natura umana, e che ha finito per assurgere a diritto fondamentale, riconosciuto nelle più solenni dichiarazioni elaborate dalla comunità internazionale.

    L’art. 1 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, proclamata dall’assemblea generale delle nazioni unite a Parigi il 10 dicembre 1948 segna una vera rivoluzione giuridica politica e culturale nel segno della centralità della persona umana e della sua dignità, affermando solennemente che :

    Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

    In una bellissima lectio doctoralis tenuta da Stefano Rodotà all’università di Macerata nel 2010, poi trasfusa integralmente in un capitolo del saggio dal titolo “il diritto di avere diritti” dedicato all’homo dignus ed a quella che lui chiama la “rivoluzione della dignità”, il grande giurista illustra l’evoluzione storico-giuridica del passaggio dal “soggetto” alla “persona” e l’affermarsi di una nuova antropologia espressa attraverso la costituzionalizzazione della persona.

    L’innovazione più significativa è affidata al concetto di dignità che la costituzione italiana – approvata il 22/12/1947 ed entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 - richiama espressamente negli artt. 3, 36 e 41.

    Un anno dopo (10/12/1948) veniva approvata la già richiamata dichiarazione universale dei diritti umani che integra l’antica formula settecentesca della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 che all’art. 1 proclamava :Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

    L’8 maggio del 1949 la costituzione tedesca esordisce con le parole: “La dignità umana è intangibile. E’ dovere  di ogni potere statale rispettarla e proteggerla”.

    Il cammino costituzionale della dignità ha il suo approdo nella Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea del 2000, poi sostituito dal trattato di Lisbona, che si apre all’insegna della dignitànell’art.1 secondo cui La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.”

    Il lungo percorso nel processo di costituzionalizzazione oggi consente una lettura del concetto di dignità come sintesi di libertà ed uguaglianza.

    Ed invero il tema della dignità è andato sempre più identificandosi non tanto con una essenza o natura dell’uomo quanto piuttosto con le modalità della sua libertà e uguaglianza.

    Ed invero in apertura del preambolo della dichiarazione dell’ONU si legge“ il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

    Primo Levi ci ha ricordato che “per vivere occorre una identità ossia una dignità”  

    Oggi la dignità si atteggia come progetto di vita che si specifica ulteriormente nel concetto di autodeterminazione  che la corte costituzionale ha qualificato come diritto fondamentale.(sentenza n. 438 del 2008).

    Uno dei massimi studiosi di diritti umani la ginevrina Jeanne Hersch, che ha dedicato gran parte della sua opera alla elaborazione di una filosofia dei diritti umani in un bellissimo saggio dal titolo “ I diritti umani dal punto di vista filosofico”, ha sostenuto che la proprietà essenziale dell’essere umano è la capacità di libertà.

    L’attualizzazione della capacità di libertà e l’affermazione della propria esistenza come essere umano sono una esigenza assoluta: se impedito  nell’esercizio della sua libertà e umanità  l’essere umano può perfino  decidere di morire.( Antigone ne è l’esempio più noto).

    Un altro concetto fondamentale della elaborazione teorica della grande studiosa è  che questa capacità di libertà è universale perché essa è la proprietà costitutiva di ogni esseri umano e perché ogni essere umano vuole essere riconosciuto in questa sua capacità.

    Ecco perché la dignità si atteggia come sintesi di libertà uguaglianza e solidarietà.

    Ho voluto prendere le mosse dal concetto di dignità come capacità di libertà e quindi di progettare la propria vita perché l’ultimo terribile femminicidio, quello di Giulia, è la negazione di questa dignità e di questa libertà, soffocate da una violenza apparentemente inspiegabile, e perché per Giulia, come ha titolato Il manifesto qualche giorno fa, non ci sarà domani, non ci sarà un futuro, non ci sarà la laurea; perché tutto è stato negato da un uomo, l’ennesimo, incapace di gestire ed elaborare il lutto e la solitudine dell’abbandono e di accettare che una donna potesse raggiungere un traguardo a lui precluso dalla sua incapacità.

    Ciò che viene messo in discussione, ormai è chiaro, è la soggettività della donna.

    La violenza scatta quando si manifesta questa soggettività, questo anelito di libertà, di autonomia (la laurea nel caso di Giulia) e di emancipazione.

    La negazione di questi valori – soggettività, libertà e autonomia – è a sua volta espressione di una concezione della donna come oggetto di possesso, di una visione antropologica della sua inferiorità oggettiva e morale :da qui la violenza e l’accanimento contro il corpo forse ormai privo di vita di Giulia.

    Donna oggetto nel senso di “è roba mia” ( mastro don Gesualdo)

    Un illustre psicoterapeuta, Massimo Recalcati, ha parlato di una concezione della donna come di chi versa in una condizione di minorità ontologica, cognitiva e morale.

    Da qui la insopportabilità della sua autonomia e della sua libertà, fino al punto di considerarle a volte come responsabili della violenza subita, penso all’alibi dello stupro in quel “se l’è cercata”, perché provocante con la sua minigonna o semplicemente con la sua bellezza.

    Altra mistificazione culturale che deve essere respinta è quella secondo cui  dietro molti femminicidi ci sia un amore malato: non si uccide per amore ma l’omicidio è la profanazione dell’amore, è l’espressione della necessità di allontanare e non accettare l’esperienza del proprio fallimento, è la resa alla tentazione di evitare in tal modo di affrontare il problema dei propri limiti o il proprio fallimento.

    La tutela della dignità della donna è dunque la migliore forma di prevenzione della violenza.

    In una omelia del 1 gennaio 2020 Papa Francesco ha detto che “la donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali”, aggiungendo che “ se vogliamo un mondo migliore che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna”  

     

    Le soluzioni

     

    Credo sia assolutamente necessaria una educazione incessante che entri nelle case e nelle scuole per cambiare radicalmente la mentalità degli uomini ma anche delle donne.

    E questo insegnamento dovrebbe essere impartito per modificare non solo la mentalità dei maschi ma anche delle donne perché il potere e la violenza del maschio non sta solo nell’esercizio della sua forza, ma anche nell’acquiescenza della donna alla propria subordinazione.

    Oggi che le donne sono meno acquiescenti, sembra che debbano pagare un prezzo altissimo per questo loro tentativo di ribaltare la crudeltà di una cultura che si perde nella notte dei tempi.

    Al di là delle polemiche di questi giorni e del dibattito se esista ancora il patriarcato, sono profondamente convinto che proprio i maggiori spazi sociali conquistati dalla donna – basti pensare alla sempre più numerosa presenza nella magistratura dove la donne hanno superato gli uomini – hanno finito per accentuare nell’uomo la volontà di continuare a perpetuarne un ruolo di marginalità e sottomissione.

    Quanto alle soluzioni, io credo che così come appare definitivamente acquisito alla coscienza collettiva che la repressione penale non può essere una soluzione taumaturgica del problema della criminalità organizzata di tipo mafioso, occorrendo un lento e difficile processo di crescita culturale e politica della società civile e delle istituzioni, allo stesso modo la violenza di genere non può essere efficacemente contrastata solo con un inasprimento sanzionatorio e con il ricorso ad una logica emergenziale che ispira sempre più spesso una legiferazione dettata dall’onda emotiva dell’ultimo tragico evento.

    Certo occorre potenziare la tempestività della risposta giudiziaria, la capacità di intervento preventivo fin dai primi segnali univocamente sintomatici di possibili sviluppi violenti in certi contesti familiari o di relazioni affettive, ma soprattutto occorre una rivoluzione culturale per contrastare e sdradicare una ideologia patriarcale e la sua pervasività sistemica.

    Occorre iniziare dalle famiglie all’interno delle quali i processi educativi più che estrinsecarsi attraverso la persuasione devono far leva sui comportamenti, sugli atti di amore e di rispetto tra i coniugi, che costituiscono i veri esempi, i veri messaggi pedagogici che consentono ai figli di interiorizzare i sentimenti di rispetto e parità di genere.

    Ma sono anche profondamente convinto della centralità del ruolo della scuola e della formazione.

     

                                                      Ottavio Sferlazza

     

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